12.02.2013
Croazia » Osservatorio Italiano

Etleboro

Trieste - La Distribuisce non arresta la sua guerra giudiziaria per ottenere il giusto riconoscimento dei danni subiti all'espropriazione illecita dell'amministrazione croata, stimati per circa 30 milioni di euro, mentre propone un piano di mediazione al Governo croato per rilanciare la produzione dello stabilimento tessile di Sinj. La stampa croata ha accolto la notizia della richiesta dei Fratelli Ladini, riaccendendo vecchie polemiche nel tentativo di intimorire gli imprenditori italiani, fortemente determinati ad andare fino in fondo alla questione. Dopo che persino la Commissione Europea ha preso in esame il caso della Dalmatinka, per chiarire le circostanze e le accuse nei confronti dell'amministrazione croata, diventa sempre più difficile nascondere le violazioni commesse, per cui come arma di difesa resta solo la gratuita disinformazione. Infatti, le informazioni pubblicate negli scorsi anni dai media croati si sono puntualmente rivelate del tutto assurde ed inconsistenti, smentite da verifiche della polizia, denunce penali e procedimenti giudiziari. Ovviamente resta l'amara constatazione dell'intenzionale opera di discredito nei confronti de La Distributrice, che ha senz'altro sollevato una serie di interrogativi sulle difficoltà e le irregolarità che spesso le imprese italiane si trovano ad affrontare investendo all'estero, soprattutto in Paesi in via di sviluppo ancora non del tutto integrati.

 

Così non tarda ad arrivare la replica dei Fratelli Ladini verso l'articolo pubblicato dal quotidiano croato Slobodna Dalmacija (Toni Pastar, 2 febbraio 2012 , citato da Osservatorio Italiano Slobodna Dalmacija attacca La Distributrice). In un comunicato diramato alla stampa, i Ladini definiscono tale articolo scandaloso e del tutto fuorviante per l'opinione pubblica, in quanto volutamente diretto a disinformare e ad alimentare acredine e odio contro la Distributrice. Gli imprenditori italiani, rigettano gli attacchi vili e propagandistici, argomentando con dati di fatto le proprie ragioni. Innanzitutto, affermano che i danni subiti da La Distributrice e dai Fratelli Ladini per le innumerevoli illegalità delle Istituzioni croate sono incalcolabili e di gran lunga superiori alla cifra indicata nei circa 30 milioni di Euro. Somma che comprende tra l’altro il capitale sociale, le forniture di merci impagate, gli interessi passivi e l’espropriazione della fabbrica e dei macchinari. Infatti, viene precisato che l’avvocato Tomislav Krka di Spalato, nella richiesta spedita al Ministero dell’Economia croato, nel giugno 2010 chiedeva invece circa 50 milioni di Euro. Inoltre, il giornalista volutamente non riporta nel suo articolo che nella proposta di mediazione - depositata da La Distributrice Srl lo scorso marzo 2012 presso l'ufficio del Primo Ministro Zoran Milanovic - viene precisato che parte dell’importo del risarcimento verrà utilizzato per:

 il pagamento del riacquisto della Dalmatinka Nova dd dal Tribunale Fallimentare di Spalato per circa 4 milioni di euro,  quindi anche per il pagamento dei vari oneri e di tutte le paghe e TFR degli ex-dipendenti che pur non avendo lavorato a seguito dell’illegale fallimento si sono visti riconosciuti circa 12 milioni di Kune;

 il reinvestimento nella fabbrica di minimo 5 milioni di euro. Fabbrica ora nuovamente devastata e con parte dei macchinari già svenduti.

 

I Ladini tengono inoltre a precisare che la Dalmatinka Nova è stata acquistata "non per simpatia o conoscenza della curatrice fallimentare Tuden Mazut", ma dopo aver partecipato ad una gara d’appalto internazionale indetta nel 2002 dal Tribunale Commerciale di Spalato, offrendo e pagando 507 mila euro. La Distributrice ha poi ottemperato totalmente agli impegni assunti e descritti nella gara d’appalto, che prevedevano tra l’altro l’investimento minimo in 5 anni di  1,5 milioni di euro, apportando capitali sino a 3 milioni, dopo l’aumento del capitale sociale, in forza della sentenza emessa il 05 aprile del 2004 dal Tribunale Croato di Spalato. La società italiana ha mantenuto e pagato per 7 anni circa 420 dipendenti, come appunto previsto dalla gara d’appalto che obbligava il mantenimento della forza lavoro per almeno 5 anni (quindi fino al 05 settembre del 2007).  Sono stati pagati i salari anche per circa 100 lavoratori, che si assentavano giornalmente utilizzando fittizie malattie o altre scuse, e a nulla sono valse le numerose denunce presentante all’Ispettorato del lavoro. La cooperazione con i Fratelli Ladini è stata inoltre apprezzata da 200 ex-dipendenti, che ancora oggi a distanza di anni chiedono il ritorno degli italiani e la riattivazione della produzione nella Dalmatinka. A tal fine, è stata allegata anche l’ultima lettera dei lavoratori  nella proposta di mediazione rivolta al Primo Ministro Milanovic, con la richiesta che nell’accordo amichevole tra la Croazia e La Distributrice Srl si inserisca anche la clausola del reimpiego di circa 200 lavoratori ed il ripristino della produzione.

 

Continuando a rispondere alle accuse dello Slobodna Dalmacija, La Distributrice vuole precisare che l’inventario della vecchia Dalmatinka fallita nel 2001 - indicata dal giornalista croato per un importo di 30 milioni di kune - era costituito per la totalità da merce inutilizzabile, scarti di lavorazione e rifiuti. Merce che non era stata inserita nella gara d’appalto internazionale ed era stata semplicemente offerta dalla vecchia Dalmatinka per un importo di circa 10 milioni di kune, poi ridotto a 200 mila euro, per acquistare quel poco di materiale ancora utilizzabile. Il timore che tale 'dettaglio' avrebbe alimentato ulteriori polemiche di malelingue, sono state inviate varie lettere raccomandate alla Polizia Criminale, alla Polizia Tributaria, al nuovo Curatore Fallimentare della Dalmatinka, perché fosse liberato il magazzino e liberato l'inventario. Dopo aver constatato che il valore della merce in magazzino non avrebbe coperto nemmeno  il costo del trasporto, non è stato neanche ritirato. Fatti questi che possono essere confermati consultando le sentenze del Tribunale di Spalato e del Tribunale Penale di Spalato - Zupanski Sud. Nella cronaca dello Slobodna Dalmacija non viene invece menzionato l'inventario della Dalmatinka Nova espropriato illegalmente il 17 luglio del 2009, contabilizzato per oltre 1,5  milioni di euro, merce del tutto valida ed utilizzabile, ma svenduta per 60 mila euro ad un cliente croato. 
 

A conferma di quanto viene affermato, i Ladini elencano le perizie giuridiche e le sentenze che confermano la regolarità dell’operato de La Distributrice, e quindi la violazione della Convenzione Internazionale Italo-croata del 1996:

● Perizia Giudiziaria Dr. Stijepan Kolovrat del 2004 su incarico della Dalmatinka Nova dd
● Perizia Giudiziaria Mal Revizor del 2005 su incarico del Tribunale di Spalato
● Sentenza definitiva aumento capitale del 2005 del Tribunale di Spalato
● Perizia Giudiziaria Srdjan Kovacic del 2009 su incarico del Trib. Regionale di Spalato su richiesta della Procura dello Repubblica
● Sentenza del Trib. Sup. di Zagabria del 2008
● Perizia legale dello Studio Avv. Anita Prelec del 2010 su incarico dell’Ambasciata Italiana di Zagabria
● Perizia Studio Legale Anita Prelec del 2011 inviata al Min. dell’Economia Croato e Ambasciata Italiana di Zagabria
● Perizia Giudiziaria Stjepan Kolovrat del 2012 su richiesta degli Avv.ti Frassini e Subani su incarico de La Distributrice Srl

 

Con riferimento infine al caso della HIRS Lipik, i Ladini si limitano - giustamente - a precisare che il pagamento fatto dallo Stato croato era dovuto per le merci ed i macchinari forniti. Pagamenti fatti solamente dopo la sentenza di un Tribunale ed i controlli di tutti gli organi istituzionali competenti. Vengono così respinti al mittente anche gli ultimi tentativi di fermare un processo che sembra proseguire verso la ricerca di un ragionevole accordo con il Governo croato, che accolga le richieste di entrambe le parti. Ad ogni modo, i Fratelli Ladini esprimono la loro disponibilità a fornire ogni altra informazione o documento a chiunque intenda mettere in discussione le loro ragioni, mentre si dicono sempre più convinti a far valere le proprie ragioni.